Volo pindarico

Ho letto “Il giorno in più” di Fabio Volo. Giudizio positivo e bella storia. Si tratta di una storia d’amore costuita su alcuni topòi collaudati della letteratura (e non è un difetto) raccontata con la tecnica del flashback (il protagonista in una certa situazione racconta tutti i passi che in quella situazione lo hanno portato e il poco che viene dopo è la conclusione del’azione: dall’Odissea in avanti, funziona sempre). Sullo sfondo problemi e inquietudini di una intera generazione (purtroppo la mia). Lo stile narrativo è caratterizzato dal fatto che l’io narrante viene frequentemente attratto da particolari che apparentemente interferiscono con l’azione principale e sui quali apre una digressione, il che, all’inizio, da l’impressione di un testo troppo intimistico e ripiegato, solo che ben presto si scopre che le digressioni non sono mai fini a se stesse, ma sempre funzionali allo sviluppo della linea narrativa principale. Un buon lavoro.

Ciò che racconta della nostra generazione è vero e ben detto: i nostri nonni vivevano con una diversa concezione dell’ordine sociale, in cui la normalità era nascere, lavorare sposarsi, avere dei figli, morire. Al massimo demandare la felicità ad istanze ultraterrene, e talvolta, così, senza aspettative, riuscivano ad essere felici, proprio perchè non cercavano la felicità. Oggi la felicità si cerca ad ogni costo, e con troppe aspettative, e così si pongono le fondamenta dell’infelicità.

Questo per dire solo che l’epitome del libro di Volo (non conta quanto aspetti, ma chi aspetti) sarebbe una verità assoluta se solo potessimo vivere in eterno eternamente giovani (ed anche così non si sarebbe mai felici, perchè qualcosa di meglio può arrivare sempre).

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