Cosmesi verbale
Avevo sempre trovato qualcosa di stonato nel politically correct, e adesso leggo un fondo di Gramellini che finalmente mi fa capire cosa: racconta di una centralinista che diceva “buon Natale” licenziata perchè poteva offendere i non cristiani. Sottolinea lo strabismo del politically correct che vieta di urtare la suscettibilità di quelli a cui non importa del Natale, ma non di lasciare senza lavoro una persona per una mancanza così piccola. Credo che sia la conseguenza inevitable di un qualcosa che tende a cancellare i concetti sgradevoli solo rappresentandoli con parole gradevoli. Le parole brutte esistono perchè esistono le cose brutte, e le cose brutte si descrivono con parole brutte, in modo da rappresentarne la bruttezza. Ieri alla radio si parla dell’ennesimo sbarco di “migranti”. Detta così me li immagino in giacca e cravatta. Chiamarli disperati fuggiaschi disgraziati, rende meglio l’idea, suscita maggiore prontezza nel soccorso e offre meno alibi a che non li vuole o sa soccorrere.
Il colore delle pinne
Passa in radio un programma dedicato al mercato ittico. Spiegano – cosa che per esempio io nemmeno immaginavo – che anche il pescato ha una sua stagionalità, e se si comprano pesci di stagione si trova miglior qualità a prezzo più basso. Fanno l’esempio del tonno, nella stagione giusta si trova il tonno rosso dei nostri mari, molto pregiato, fuori stagione solo il tonno “pinne gialle” importato e di qualità inferiore.
Un momento, una marca di tonno in scatola pubblicizzava il proprio prodotto proprio sottolineando che si trattava di “pinne gialle” e adesso scopro che è in realtà il meno buono? Magia dei pubblicitari! A ben vedere non hanno mai detto che il loro tonno pinne gialle è meglio degli altri, in particolare del tonno rosso, hanno solo detto che il loro tonno è quello con le pinne gialle, e che è buono. Che fosse migliore degli altri non lo hanno detto, lo abbiamo pensato noi, e loro ce lo hanno solo lasciato pensare.
Gomorra!
Sia pure con ritardo ho finalmente letto il libro di Saviano. Non voglio commentare il contenuto, altri lo hanno già fatto e di certo non arrivo io adesso a fare di meglio. Voglio solo sottolineare una cosa: mi è piaciuto moltissimo l’italiano in cui è scritto, il libro è stilisticamente perfetto, usa la lingua in un modo meraviglioso. Se non fosse consigliabile per il contenuto io lo consiglierei comunque per come è scritto.
Non nobis, Domine
Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam: Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dai la gloria. Un verso del salmo 113 (vulgata clementina), motto fortunatissimo, secondo alcuni adottato dai templari, fu anche l’impresa di un grande arcivescovo della mia città. Ripreso da più parti, al punto da parere a volte anche un po’ inflazionato.
Non nobis, non per noi: è anche la summa di tutte le mie preghiere inascoltate, ciò cui tendo e che desidero, oggi che mi è negato, oggi che sono escluso, capisco, non è per me, non nobis.
Non nobis Domine, oggi capisco, è inutile chiedere, la felicità riconosciuta ad altri e che vedo e che desidero, non è per me, non per me, non nobis, Domine, non nobis.
Pax vobiscum
Seguendo una mia personale tradizione, anche quest’anno sono andato alla messa di Natale in cattedrale, mi piace il pontificale solenne, mi piace il suono dell’organo, mi pare il modo per dare davvero la giusta solennità al Natale.
Il Vescovo non va direttamente all’altare dalla sacrestia, ma vi giunge con una lenta processione dal fondo della chiesa. Anche questa mi piace moltissimo, con quel suo essere preceduto dalla croce astile (cioè in cima a un asta) arcivescovile (cioè con due e non un solo braccio orizzontale).
Si da il caso che il nostro vescovo sia pure presidente della commissione episcopale italiana, e che quindi prenda la parola per dire le cose che la Chiesa italiana vuole dire.
Dire che il divorzio, l’aborto, i matrimoni omosessuali e cose del genere non siano cosa buona e giusta è esattamente il mestiere della Chiesa, e pretendere che non lo dica è come pretendere – che so – che un omeopata dica che la medicina tradizionale è meglio. Se le cose che dice non ti piacciono, è un problema della tua coscienza, e basta non stare a sentire. Nessuno si troverà le guardie svizzere alla porta per questo.
Non tutti hanno però questa sensibilità e quando il Presidente della Cei dice qualcosa di sgradito, non mancano mai gli scalmanati che si prendono la briga di minacciarlo. Di minacciare LUI, quindi doppiamente stupidi perchè nemmeno capiscono che anche se lui si rimangiasse tutto, comunque intatta rimarrebbe la posizione della Chiesa.
Il risultato di queste belle imprese si nota nella processione di cui sopra: in testa i chierici con la croce astile, i candelabri e i turiboli, dietro il Vangelo, poi i canonici della cattedrale, poi due facce truci in abito scuro, poi il vescovo.
Le facce truci sono i poliziotti della scorta, che dovendo tallonare il Vescovo vanno in processione con lui (fortunatamente non hanno preteso di concelebrare la messa). Gli mancavano solo gli occhiali da sole e l’auricolare dietro l’orecchio. Non dico che dovessero travestirli da preti, ma una maggiore discrezione e forse sarebbe stata preferibile.
Puer nobis natus est
Et filius datus.
Cultura del sospetto postale
Un labirinto dal quale è davvero difficile uscire è il sistema delle notifiche. Oggi ho chiamato un ufficio postale della Repubblica per sapere che fne potesse avere fatto un atto di cui avevo chiesto la notifica a mezzo posta. L’impiegato è in evidente difficoltà, i miei termini stanno per scadere, ma non sa cosa dirmi, potrebbe farmi un duplicato, ma…
Insomma, mi dice, lo sa meglio di me col mestiere che fa, per la prìvaci (sic) non posso darle notizie per telefono. Oggi sono stanco e allora faccio pesare il titolo: proprio per il mestiere che faccio, penso che lei abbia torto (=non penserà mica che schiodi da qui per venire sul cocuzzolo della montagna a discutere con lei di una notifica che voi avete perso?).
La replica è disarmante: ed io che ne so di chi è lei, potrebbe anche essere un mio superiore che vuole controllare come lavoro! Il terrore corre sul filo, ma viaggia anche per posta. (PS ho risolto dimostrando di saper declinare a bruciapelo senza esitazione tutti i miei dati…)
Napoli rulez
Si fa strada in me la consapevolezza che molti miei malesseri derivano dal fatto di vivere in una città depressogena. Ho telefonato a un noto negozio napoletano di cravatte e accessori, perchè mi piacciono molto i loro gemelli a tema borbonico. L’impeccabile addetto mi conferma che fanno spedizioni ovunque, e che se sapevo cosa voleva bastava dirglielo e lui me lo avrebbe mandato subito in contrassegno; aggiunge che hanno fatto una cravatta nuova molto bella ancora non riprodotta sul sito. Gli dico che allora prima di fare un ordine mi farebbe piacere vederla, e se può mandarmene una foto via mail. Sicuramente, mi risponde, gliela mando giovedì (era martedì). Molto partenopea come risposta: la mail gliela mando…ma con calma.
Nessuna garanzia, mi spiace
Sulla stampa cittadina compare qualche giorno fa un articolo con cui si denuncia che l’Università tiene corsi inutili: nel mirino è il corso di laurea in scienze della comunicazione e del giornalismo. Siccome ho tenuto una volta una lezione a quel corso, mi sento chiamato in causa. L’articolista sostiene – sotto il velame delli versi strani – che il corso sia una bufala, perchè non garantisce l’accesso alla professione di giornalista, sebbene la indichi tra i possibili sbocchi professionali.
L’osservazione è suggestiva, ma viziata da un errore di fondo: non tiene conto della differenza che passa tra studiare per fare qualcosa e farlo per davvero. L’università è – a mio modo di vedere – un luogo di insegnamento, dove qualcuno va ad apprendere cose che poi andrà ad usare da un altra parte. Non ho mai pensato, iscrivendomi alla facoltà di giurisprudenza, che questo mi desse una qualche benchè minima garanzia di diventare avvocato. Sapevo che per diventarlo avrei dovuto fare anche altre cose, per fare le quali mi servivano le cose che imparavo all’università. Ciò anche se la professione di avvocato era chiaramente indicata tra i prossibili sbocchi professionali.
Insomma, nessuno aveva mai detto che era un corso abilitante, ma solo un corso, dove si potevano imparare cose che poi sarebbero tornate utili, cose che adesso quegli studenti sanno, senza essere (ancora) giornalisti e il nostro articolista non sa, pur essendolo.
Equivoci semantici
Ma quando un politico dice che vuole una riforma con-divisa, non è che alluda ad una militarizzazione?

