La risposta
Nei romanzi sulla Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams, si legge della vicenda di un supercomputer (che si chiama Pensiero Profondo) programmato per dare la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto, che dopo avere elaborato i dati per sette milioni e mezzo di anni comunica che la risposta è 42. Il fatto è che è la domanda a non essere nota con precisione, e da qui parte una incredibile ricerca non più della risposta (ormai nota) ma della domanda, che vede la costruzione di un altro supercomputer, la distruzione della Terra, la formulazione di ipotesi secondo cui la domanda sarebbe il primo verso di una canzone di Bob Dylan (quante strade deve percorrere un uomo?). Parrebbe in effetti che tutto sia causato dal fatto che la domanda e la risposta non possano coesistere nello stesso universo, perchè si annichilirebbero. A Godel piacerebbe questa ipotesi. Il fatto è che io credo che sia vera: in effetti, se conoscessimo la risposta e la domanda, la vita perderebbe molto del suo senso, che è proprio la ricerca della domanda (visto che la risposta è comunque 42).
Fantasie consolatorie
Sto contemplando un decreto di citazione a giudizio in un processo in cui io sono (manco a dirlo) parte civile. L’autorità emittente è riuscita a sbagliare, nell’ordine:
1. il difensore (il mio nome scritto a stampa è cancellato con un tratto di penna e sostituito sempre a penna dal nome di un collega che non c’entra nulla, al quale hanno notificato l’atto, ed alla cui arguzia e cortesia ne devo la conoscenza);
2. il rito (il reato richiedeva l’udienza preliminare e questa è invece una citazione diretta);
3. il giudice (mi mandano a una sezione distaccata mentre si doveva andare alla sede).
Mi perdo in perverse fantasie: se uno così fosse un dipendente privato…
Trenitaglia
Firenze dista meno di duecentocinquanta chilometri ma ho impiegato quattro ore per raggiungerla e cinque per rientrare. Due delle quali passate a gelare nella stazione di Pisa, senza una sala di aspetto, senza un locale riparato, in un immenso stanzone gelido e squallido che è l’atrio della stazione di una delle città italiane più note al mondo. Il treno che aspetto, secondo il sito della compagnia ferroviaria, ha venti minuti di ritardo. Secondo il tabellone è in orario. Poi la forbice inizia a ridursi: viene annunziato con cinque, anzi dieci, anzi quindici e infine in arrivo, solo che arriva cinque minuti dopo. E tante scuse per il disagio. E le scuse per la presa in giro?
