E ci lamentiamo pure.
La giustizia italiana fa sicuramente cagare, e spruzzare acido in faccia a una ex è sicuramente azione degna di biasimo, ma io la sentenza iraniana che dispone la instillazione di venti gocce di acido in ciascun occhio del responsabile di un simile fatto davvero non la mando giù, e mi riconcilia con la mia scassatissima ma civile giustizia. La cosa preoccupante non è che secondo alcuni noi dovremmo rapportarci alla pari con questa gente, ma che la vittima del fatto, che ha preteso con forza questo inutile e crudele epilogo, è una che ha studiato e vive all’estero, non una contadina analfabeta, a riprova di quanto sia radicato questo modo di pensare, sicchè faccio davvero fatica a pensare che la sua civiltà sia solo diversa e non più arretrata rispetto alla mia.
Passacaglia e fuga in do minore
Duecentonovantadue battute di pura solennità, risuonarono nel 1705 nella mente di un uomo di vent’anni, e poco dopo, per la prima volta furono udite, forse, nella chiesa di Arnstadt: il semplicissimo tema viene esposto affidato al solo pedale, viene variato per venti volte, e infine completa la sua metamorfosi irradiandosi in una fuga, disperdendosi in rivoli ed infine ritrovandosi. Non riesco a spiegarmela razionalmente ma percepisco con esattezza la tridimensionalità di questo oggetto, a volte mi sembra di poterci entrare e di cercare di coglierne la vista d’insieme o i piccoli particolari. Una cattedrale sonora, che esiste solo finchè esistono i suoni che la formano. Ma è reale, come gli altri luoghi musicali che compongono questi effimeri e meravigliosi universi paralleli temporanei.
