Comfortably numb
Ripensando al post precedente, in QUELL’opera c’è più di una pagina di assoluta musica, oltre a quella citata, e a “The trial”, più ancora di “Hey you” e dell’arcinota “Another brick in the wall”, a me piace moltissimo
COMFORTABLY NUMB:
Ehi,
C’è qualcuno lì dentro?
Se mi senti fa’ un cenno
C’è qualcuno in casa?
Dai, vieni
Sento che sei depresso
Posso alleviarti il dolore
E rimetterti in piedi
Rilassati
Prima di tutto mi servono informazioni
Solo i fatti essenziali
Fammi vedere dove ti fa male
Il dolore è sparito, ti stai come allontanando
Pennacchio di fumo d’una nave all’orizzonte
Ritorni indietro solo a ondate
Le tue labbra si muovono ma non sento che dici
Da bambino ho avuto una febbre
Mi sentivo due mani come palloni
Adesso provo di nuovo quella sensazione
Non so spiegartelo, non capiresti
Questo non sono io
Sono diventato piacevolmente insensibile
Va bene
Solo una punturina
E non piangerai più
Ma può darsi che avrai un po’ di nausea
Ce la fai a stare in piedi?
Ce la faccio, forse funziona, bene
Ti terrà in piedi per tutto lo spettacolo
Dai, è ora di andare
Il dolore è sparito ti stai come allontanando
Pennacchio di fumo d’una nave all’orizzonte
Ritorni indietro solo a ondate
Le tue labbra si muovono ma non sento che dici
Da bambino colsi
Con la coda dell’occhio
Un fuggevole movimento
Mi girai a guardare ma era sparito
Non riesco ad afferrarlo adesso
Il bambino è cresciuto
Il sogno è finito
E io sono diventato
Piacevolmente insensibile
I have got some bad news
L’ormai celebre rockstar Pink (di nome) Floyd (di cognome) ha avuto un’infanzia difficile: il padre è morto in guerra lasciandogli solo una foto ricordo, la madre lo ha soffocato dando corpo a tutte le sue paure, gli insegnanti lo hanno umiliato deridendolo per le sue debolezze, la moglie lo ha sfruttato e lasciato. Ordinaria amministrazione, insomma, cui il poveruomo reagisce come può: isolandosi. Si costruisce un bel muro i cui mattoni sono le persone che lo hanno fatto soffrire. Alla fine naturalmente ci resta chiuso dietro e ovviamente finisce male: sottoposto dai vermi a un surreale processo, viene condannato a tornare tra i suoi simili previo abbattimento del muro.
Ma nel momento in cui il muro si chiude e fino alla crisi che porta al processo, succede una cosa strana: ormai totalmente alienato, Pink si risveglia sotto forma di una specie di dittatore, e si presenta al suo pubblico, dandogli la cattiva notizia che Pink è rimasto in albergo ed al suo posto è venuto lui, in una pagina di pura irripetibile musica, che si intitola “In the flesh” (parte seconda: nella carne)…Io mi sento un po’ in questa fase
Benedizione
Allorché, per decreto delle potenze supreme, il Poeta
appare in questo mondo attediato, sua madre
impaurita e carica di maledizioni stringe i pugni
verso Dio che l’accoglie pietoso:
“Ah, perché non ho partorito un groviglio di vipere
piuttosto che nutrirmi in seno questa cosa
derisoria? Maledetta sia la notte d’effimeri piaceri in
cui il mio ventre ha concepito la mia espiazione!
Poi che m’hai scelta fra tutte le donne perché
divenissi disgustosa al mio triste marito, non
potendo rigettare nelle fiamme come un biglietto
amoroso questo mostro intristito,
farò ricadere il tuo odio che m’opprime sul maledetto
strumento della tua cattiveria e torcerò talmente
quest’albero miserabile che esso non potrà
innalzare i suoi germogli impestati”.
Inghiotte così la schiuma del suo odio e, ignara degli
eterni disegni, prepara essa stessa in fondo alla
Geenna i roghi consacrati ai delitti materni.
Tuttavia, assistito da un Angelo invisibile, il figlio
ripudiato s’inebbria di sole, e in tutto quel che beve e
che mangia trova ambrosia e nettare vermiglio.
Gioca col vento, discorre con la nuvola, s’ubbriaca,
cantando, del Calvario; e lo Spirito che lo segue nel
suo pellegrinaggio, piange al vederlo gaio come
uccello di bosco.
Tutti coloro che egli vuole amare l’osservano
intimoriti o, rassicurati dalla sua tranquillità, fanno a
gara a chi gli caverà un sospiro, sperimentando su
di lui la propria ferocia.
Mescolano al pane e al vino destinati alla sua bocca
cenere e sputi impuri; con ipocrisia buttano quanto
egli tocca, s’incolpano d’aver posto il piede sulle sue
orme.
Sua moglie va gridando per le piazze: “Poi che mi
trova tanto bella da adorarmi, farò come gli idoli
antichi, come essi vorrò che egli m’indori, e m’indori
ancora;
m’ubbriacherò di nardo, di incenso e di mirra, di
genuflessioni, di carne e di vino, per sapere se
io possa, in un cuore che m’ammira, usurpare,
ridendo, gli omaggi destinati alla divinità.
E, stanca di queste farse empie, poserò su di lui la
mia forte e fragile mano; le mie unghie, come quelle
delle arpie, sapranno farsi strada sino in fondo al
suo cuore.
Simile ad un uccellino che palpita e che trema gli
strapperò il rosso cuore dal petto e lo butterò,
sprezzante, al mio animale favorito perché se ne
sazi”.
Verso il cielo, ove il suo occhio mira uno splendido
trono, il Poeta sereno leva le pie braccia, e i grandi
lampi del suo spirito lucido gli precludono la vista
dei popoli inferociti:
“Sii benedetto, mio Dio, che concedi la sofferenza
come un rimedio divino alle nostre vergogne e come
l’essenza più pura ed efficace per preparare i forti
a sante voluttà.
So che tu tieni un posto al Poeta nelle file beate delle
tue Legioni, e che tu l’inviti all’eterna festa di Troni,
Virtù e Dominazioni.
So che il dolore è la sola nobiltà cui mai potranno
mordere e terra e inferno; e che per intrecciare la mia
mistica corona si dovranno tassare tutti i tempi e tutti
gli universi.
Ma i gioielli perduti dell’antica Palmira, i metalli ignoti,
le perle del mare, montati dalla tua mano, non
basterebbero al bel diadema, chiaro, abbagliante;
esso sarà pura luce attinta al focolare santo dei raggi
primigeni, di cui gli occhi mortali, al massimo del loro
splendore, non sono che specchi oscuri e lagrimosi”.
La dignità del posteggiare
Di questi tempi la nostra dignità è appesa a un filo, nel senso che basta un nonnulla per perderne una bella fetta. Io sono residente nel primo comune dopo la città, e questo – in forza del piano parcheggi che si favoleggia sia stato ideato per salvare la compagnia dei bus – mi vieta di venire in centro in automobile a meno di non investire somme spaventose. Ho preso a usare la moto, quindi sveglie antelucane per trovare posto e strada sgombra, e tutto un trionfo di elemetti, giubbetti, stivaletti, zainetti, cerate. Insomma perdi il diritto di uscire di casa abbigliato in modo decente e sei intruppato nella schiera degli imbottiti. Mi ricorda la distinzione manzoniana tra i mantelli (che li portavano i nobili) e i farsetti (cioè le giacchette che portavano i poveracci). Ieri l’altro son caduto dalla moto, che si è danneggiata, e quindi la mia dignità è scesa di un ulteriore gradino, son ricaduto nel popolo degli autobus. In questa città i ricchi vanno in macchina, i normali in moto e solo quelli davvero sfigati prendono il bus. Ovviamente i bus sono sporchi puzzolenti lentissimi pochissimi, insomma una specie di carri piombati.
Ho chamato la società dei posteggi per vedere se posso avere un permesso, visto che seppure residente fuori, il monte ore che passo in ufficio trascende grandemente quelle che passo a casa. Nulla da fare: hanno diritto solo i dimoranti, che hanno un contratto di locazione per una abitazione in zona sosta limitata. Un contratto di locazione, si noti, l’atto di proprietà non va bene. Ciò che mi colpisce è la spaventosa ottusità di questa gente che quando gli dico che allora non c’è problema, perchè essendo proprietario posso affittare la mia casa a me stesso, non coglie la provocazione e dice che in effetti potrebbe essere una giusta soluzione.
Del resto che il piano parcheggi sia stato pensato da una mente semplice (cioè inadatta a percepire la complessità del reale) lo sta sperimentando una collega: il piano infatti, espandendosi a macchia d’olio, ha finito per ricomprendere entrambe le sue residenze (capita più di quanto si pensi che un professionista abitando in una zona bella ma periferica della città si tenga un punto d’appoggio in centro nei pressi dello studio) sicchè non può posteggiare per andare da casa sua a casa sua.
Fatemi un regalo
Oggi è il mio compleanno e mi piacerebbe moltissimo ricevere un regalo che mi compensi della tanta – sia pure invisibile – inutile sofferenza che c’è nella mia vita. Vorrei per regalo che per un attimo, solo per un attimo, tutte le persone a cui voglio bene si volessero bene anche tra loro, e dimenticassero gli attriti e il passato e l’intransigenza e si stringessero in un unico abbraccio dove le rivalità e le antipatie non riuscissero a entrare. Vorrei che solo per un attimo tutti riuscissero a non negare ogni ragione, anche quelle più evidenti, per la spinta dell’interesse, e che sapessero riconoscere il più debole per quello che è, cioè il più bisognoso, e quindi riconoscergli quanto gli necessita senza chiedere meriti ulteriori. Vorrei per un attimo solo poter sorridere in semplice e perfetta amicizia a chi ho accanto, senza sospetto da parte di nessuno, e con la bonaria indulgenza di chi sa che le cose importanti ci trascendono. Vorrei che per un solo attimo cessasse la tensione e poter conoscere un perfetto abbandono. Per un solo attimo dovrebbe regnare la ragione ed essere il cuore la più bella gemma del suo scettro. Vorrei poter contemplare tutto questo in uno sguardo, assaporarlo solo per un attimo e finalmente dire “fermati! Sei bello.”
I Taliani
Credo che il modo in cui il nostro paese sta reagendo al terremoto in Abruzzo rappresenti per molti una sorpresa. Ho visto i professori dell’Università dell’Aquila che hanno rimesso in piedi la baracca, con mezzi di fortuna, in pochissimo tempo e con una operatività assolutamente incredibile. Mentre li intervistavano ho notato una cosa: tutti (dico tutti) indossavano una maglietta con lo stemma dell’Aquila e la scritta “Io non crollo”. Che in un simile frangente qualcuno abbia trovato il tempo il modo e l’ironia per mettersi a stampare una maglietta del genere ha dell’incredibile: la pensata è comunque geniale e mi sembra un bel modo di prendere la cosa.
Vivere
Ho di nuovo tentato il suicidio: questa volta con i gas di scarico della macchina, ma non ha funzionato. Non capisco, dove posso avere sbagliato, mi ero recato in un posto isolato ma con una bella vista, ho attaccato un tubo di gomma allo scappamento e l’ho messo nell’abitacolo, ho lasciato il motore acceso, ma nulla!
Ecco una foto del posto dove mi ero messo.

Il Cigno Nero
Su consiglio di un collega partecipante a un forum di legulei, sto leggendo il libro “Il Cigno Nero ” di N. Taleb Nassim. Un Cigno Nero è un evento improvviso, totalmente imprevedibile e dalle conseguenze devastanti. I Cigni Neri capitano, e sono imprevedibili perchè il passato – ciò di cui abbiamo esperienza – non ci dice nulla di questi eventi. Mi ha colpito l’esempio del tacchino, il quale giorno dopo giorno si rafforza nel convincimento che ogni giorno verrà nutrito dai suoi benevoli padroni. In effetti ogni giorno di cui ha esperienza le cose vanno effettivamente così. Poi, il mercoledì antecedente al giorno del Ringraziamento, succede una cosa che il tacchino non si aspettava. Mi chiedo se esista una sorta di schermatura mentale in questi casi, o se esistano Cigni Neri all’incontrario: se vent’anni fa mi avessero detto che vent’anni dopo avrei fatto una vita di merd*, probabilmente non ci avrei creduto. Analizzando però meglio la situazione (ero uno studente universitario squattrinato, mi arrabbattavo per i soldi, affrontavo le difficoltà dello studio e i litigi con la prima fidanzatina) in realtà allora già allora vivevo di merd* ed erano ben visibili tutti i germi della vita di merd* che avrei continuato a fare. Il mio Cigno Nero è stato il mancato evento che mi ha permesso di stare meglio. Continuo a leggere sperando che alla fine ci sia la carabina che consente di abbattere il Cigno malefico.
Pronto? Mamma?
- Ciao Roberto! Ti ho chiamato per chiederti cosa vuoi per i tuoi primi quarant’anni (hihihihi).
- Ma dai, nulla, lascia stare…
- Nonono! Ti voglio fare un regalo! E’ una scadenza importante, insomma un ricordo…
- Uhm, va bene, visto che sto per diventare cassazionista, una toga nuova.
- (Gulp!) Ehm…temo sia troppo caro!
- Un giubbotto da motociclista.
- Troooppo caro!
- Un casco nuovo, stivaletti, i guanti…
- …
- Fai una cosa, metti i soldi in una busta e non ne parliamo più, eh?
- Ma mi sembra brutto…
(click)
Buona Pasqua
Mi piace la Pasqua, mi piace perchè finalmente permette di focalizzarsi sul punto cardine della nostra religione: il Risorto. E’ lui il centro della nostra fede, e non la dottrina sociale, la morale sessuale, tutta la sovrastruttura che a volte non ci fa avere ben presente il nocciolo, il Figlio di Dio morto in croce per la remissione dei nostri peccati e dopo tre giorni risorto da morte. Il vero senso di questa religione è la speranza di poter partecipare di questa resurrezione.
Ieri ho augurato buona Pasqua a uno, e questo mi ha risposto “Grazie, ma non sono credente e per me son solo due giorni di ferie”. Rispetto la sua posizione, come quelli che alla fine son riusciti a scrivere – ma non sugli autobus – che Dio non esiste e che è una buona notizia che non serva. Ma sarà una buona notizia?
Alla fine vale la scommessa di Pascal, e l’ateo si trova ad avere paura della morte (se ha ragione) e paura dell’Inferno (se ha torto). Il credente – solo avendo una vita retta – può sperare nel Paradiso, e se ha torto, pazienza, in fondo tenendo una vita retta, ha perso ben poco.
Ma la fede è un dono, come si fa? Pascal stesso dice una cosa interessante e meritevole di riflessione: se non ce l’hai, comportati come se l’avessi. Alla fine arriverà.
Buona Pasqua
