Terribilis est locus iste

Quattro chiacchiere con un amico che mi parla di alcuni suoi progetti imprenditoriali estremamente innovativi (e carichi di potenzialità che non posso a fare a meno di intravvedere). Gli chiedo: “ma riesci a fare cose del genere a Genova?”; mi risponde che infatti nessuno dei suoi interlocutori è genovese. Solita storia. Parlando salta fuori che comunque gli servirebbe gente, a me viene in mente che conosco persone che potrebbero fare al caso suo, e lui mi chiede di creare il contatto. Tutte le persone con cui ho parlato hanno immediatamente detto che non gli interessava, che loro avevano altro da fare. Ora: non era una opportunità di quelle che cambiano la vita, ma era comunque una opportunità, e nessuno, dico nessuno, ha sentito il bisogno di andare a vedere un po’, o anche solo di annotarsela ad ogni buon conto. A ciò aggiungendo che nessuno ha neanche sentito il bisogno di dire anche solo grazie, ecco che si delinea in tutta la sua ottusa grandezza, la “genovesità”.

Comments 2

  • Sarei curiosa di sapere di cosa si tratta….a volte la gente è cieca e ha paura di osare.

  • Purtroppo il problema va visto da due punti di vista opposti. Infatti che i genovesi sono chiusi verso l’imprenditoria e l’innovazione è abbastanza evidente probabilmente anche per il fatto che l’Italia è il primo paese al mondo per percentuali di vecchi fra la popolazione (Giappone al secondo posto) e probabilmente Genova è fra le prime città nella classifica di anzianità nazionale (http://demo.istat.it/pop2008/index.html 164mila over 65). In compenso posso dire, da persona sempre entusiasta nell’iniziare una nuova attività e/o tentare la via dell’imprenditoria che la è davvero difficile impegnarsi perchè la maggior parte della gente risulta inaffidabile persino sulle questioni banali. Insomma i giovani “dentro” sono pochi e le persone serie sono ancora meno perciò alla fine se anche non ci sei predisposto ti stimolano a essere chiuso.

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