L’erba a me vicina

Connaturale alla condizione del forzato è la ripetizione coatta degli stessi gesti, così io, recluso nel mio personalissimo “giorno della marmotta”, ogni mattina posteggio la mia vettura nello stesso posto del parcheggio sulla cima della collina, che dista centosessantasei precisissimi scalini dal mio studio; sempre a fianco di un’aiuola spartitraffico, forse un po’ troppo grossa per essere in un parcheggio (sai quante auto ci starebbero) che non ha nessuna funzione ornamentale, sicchè in essa vi è solo dell’erba. Come in tutti i luoghi maledetti, la maledizione di Dio si manifesta con la furia degli elementi, e su quella collina spira senza sosta un vento inarrestabile, sotto cui l’erba si piega. A dispetto di tutto però, quell’erba cresce molto rapidamente, finchè un giorno non verrà a tagliarla l’omino del Comune. Egli non ha la implacabile grazia dell’aratro di Catullo, che recide il fiore al margine del campo, e sbranando l’erba con il decespugliatore imbratterà all’inverosimile la mia autovettura, posteggiata sempre nello stesso posto.

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