Perchè?
Mi trovo in un tribunale per i minorenni di una città qualunque in Italia. Una bolgia pazzesca di gente nell’atrio del tribunale fino in strada. Avevano calendarizzato otto processi in due ore, ne hanno fatti due. Il mio cliente non ma ha dato un soldo, ed oggi stesso, sollecitato sull’argomento, mi ha detto di non avere nulla. Io sto perdendo qui la mattinata per nulla e senza nemmeno un posto per sedermi. Perchè?
Ne pereat mundus
Anche oggi sono uscito
e ho difeso i miei clienti,
come la mia scienza mi ha permesso
e la coscienza mi ha imposto,
senza mai dimenticare
che sono uomini e non processi.
Nessuno mi ha protetto
dai ricordi delle mie ferite.
Non ho salvato il mondo,
Non salverò me stesso.
De Quevedo: Amor costante ben oltre la morte
Potrà serrare gli occhi miei l’estrema
Ombra che a me verrà il bianco giorno;
E potrà sciogliere questa mia anima
Un’ora ai suoi affanni più sollecita;
Ma non da questa parte della riva
Lascerà la memoria da dove ardeva:
Nuotar sa la mia fiamma nell’acqua gelida,
E mancar rispetto alla legge più severa.
Un’anima che ha avuto un dio per carcere,
Vene che a tanto fuoco han dato umore,
Midolla che gloriosamente hanno bruciato,
Il loro corpo lasceranno, non l’ardore;
Saranno cenere, ma avranno sentimento,
Saranno polvere, ma polvere innamorata.
Pavese: To C. from C.
You,
dappled smile
on frozen snows -
wind of March,
ballet of boughs
sprung on the snow,
moaning and glowing
your little”ohs” -
white-limbed doe,
gracious,
would I could know
yet
the gliding grace
off all your days,
the foam-like lace
of all your ways -
to-morrow is frozen
down in the plain -
you dappled smile
you glowing laughter.
(11 marzo 1950)
Tu,
screziato sorriso
su nevi gelate
vento di Marzo
balletto di rami
spuntati sulla neve
gemendo e ardendo
I tuoi piccoli “Oh”
daina dalle membra bianche,
graziosa,
potessi io sapere
ancora
la grazia volteggiante
di tutti i tuoi giorni
la trina di spume
di tutte le tue vie -
domani è gelato
giù nella pianura -
tu sorriso screziato
tu risata ardente.
Ungaretti. Mio fiume anche tu.
Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
Ora che notte già turbata scorre;
Ora che persistente
E come a stento erotto dalla pietra
Un gemito d’agnelli si propaga
Smarrito per le strade esterrefatte;
Che di male l’attesa senza requie,
Il peggiore dei mali,
Che l’attesa di male imprevedibile
Intralcia animo e passi;
Che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
Agghiacciano le case tane incerte;
Ora che scorre notte già straziata,
Che ogni attimo spariscono di schianto
O temono l’offesa tanti segni
Giunti, quasi divine forme, a splendere
Per ascensione di millenni umani;
Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d’abissale pena soffoca;
Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
Ora che osano dire
Le mie blasfeme labbra:
“Cristo, pensoso palpito,
Perchè la Tua bontà
S’è tanto allontanata?”
Ora che pecorelle cogli agnelli
Si sbandano stupite e, per le strade
Che già furono urbane, si desolano;
Ora che prova un popolo
Dopo gli strappi dell’emigrazione,
La stolta iniquità
Delle deportazioni;
Ora che nelle fosse
Con fantasia ritorta
E mani spudorate
Dalle fattezze umane l’uomo lacera
L’immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l’innocenza
Reclama almeno un eco,
E geme anche nel cuore più indurito;
Ora che sono vani gli altri gridi;
Vedo ora chiaro nella notte triste.
Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l’inferno s’apre sulla terra
Su misura di quanto
L’uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.
Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.
Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.
Valeat Mundus
Altri, e più autorevolmente di me, hanno affrontato il problema delle dinamiche – non sempre prevedibili – della blogosfera; si potrebbe spendere molto inchiostro su come abbia su di essa influito la massificazione di rete via Facebook. Io mi limito a chiedermi solo come mai io posto poesie che son dei capolavori, ed in mezzo ad esse miei poveri parti letterari, che ho disseminato di enigmi che attendono solo di essere svelati, e nessuno mi prende in considerazione, mentre post assolutamente faceti suscitano mille commenti…E’ nota la mia passione per il gatto di Schrodinger: questo post è serio o faceto? L’una e l’altra cosa, dipende dai commenti. E se ci fossero molti commenti che però dicono che è serissimo? E se la smettessi con la Falanghina a pranzo?
Il praticante avvocato
Gaii Valerii Catulli Carmina, XI
Furi et Aureli comites Catulli,
sive in extremos penetrabit Indos,
litus ut longe resonante Eoa
tunditur unda,
sive in Hyrcanos Arabesve molles,
seu Sagas sagittiferosve Parthos,
sive quae septemgeminus colorat
aequora Nilus,
sive trans altas gradietur Alpes,
Caesaris visens monimenta magni,
Gallicum Rhenum horribile aequor ulti-
mosque Britannos,
omnia haec, quaecumque feret voluntas
caelitum, temptare simul parati,
pauca nuntiate meae puellae
non bona dicta.
cum suis vivat valeatque moechis,
quos simul complexa tenet trecentos,
nullum amans vere, sed identidem omnium
ilia rumpens;
nec meum respectet, ut ante, amorem,
qui illius culpa cecidit velut prati
ultimi flos, praetereunte postquam
tactus aratro est.
(Furio ed Aurelio, voi che, qualunque cosa mandasse il volere del cielo, tutto sopportereste con me, ripetete queste poche parole tristi al mio amore: che viva e stia bene stretta ai suoi trecento amanti, che non ne ama nessuno e a tutti spezza la schiena, ma non guardi più come prima al mio amore, che per colpa sua è caduto come un fiore ai margini del prato, reciso dal passaggio dell’aratro.)
Ridi, pagliaccio!
Porterò la maschera e la corazza,
E sotto, il mio affanno inconosciuto.
Saprò che tutto sarà invano,
Perchè all’uomo non è concesso altro,
Ma almeno sarò come gli eroi di Omero:
Quando cadrò, calerà la tenebra sugli occhi,
Risonerà sopra di me la mia armatura.
Risonerà altro bronzo,
Occhi avranno lacrime silenziose,
Mani pietosa sepoltura.
Inni e preghiere e incensi,
Nulla potrà dar pace
A chi arrendendosi è perito.
