Amor, quando mi membra

Amor, quando mi membra
li temporal’ che vanno,
che m’han tenuto danno,
già non è maraviglia s’io sconforto,
però c’alor mi sembra
ciascuna gioia affanno,
e lealtate inganno,
e ciascuna ragion mi pare torto.
E paremi vedere
fera dismisuranza,
chi buono uso e leanza
voglia a l[o] mondo già mai mantenere,
poi che ’n gran soperchianza
torna per me piacere,
e ’n gran follia savere,
per ch’io son stato, lasso, in grande er[r]anza.
Ma lo ’ncarnato amore
di voi che m’ha distretto,
fidato amico aletto,
mi sforza ch’io mi deg[g]ia rallegrare.
Dunqua mi trae d’er[r]ore,
ché ’l tuo valor perfetto
mi dà tanto diletto,
che contro a voglia aducemi a cantare.
Però m’ha confortato
e sto di bona voglia
. . . . [-oglia]
de lo noioso tempo intrebescato;
ma par che ’n gioi’ s’acoglia
l’affanno c’ho portato,
guardando al tuo trovato,
amico, che d’er[r]anza mi dispoglia.
Ma par ca per usag[g]io
avenga spessamente
c’omo ch’è canoscente,
per molto senno ch’ag[g]ia e cortesia,
ch’ello pregia non sag[g]io:
così similemente
m’ave[n] di te, valente,
discreto e sag[g]io e nobil tut[t]avia,
ca più ch’io non son degno
e non ho meritato
sono da te pregiato,
onde di grande amor m’ha’ fatto segno.
E como se’ ’nsegnato,
dotto e di ric[c]o ingegno!
Per ch’io allegro mi tegno,
veg[g]endo te di gran savere ornato.
La salamandra ho ’nteso,
agendo vita in fuoco,
che fora viva poco
se si partisse da la sua natura;
del pesce sono apreso
che ’n agua ha vita e gioco,
e, se parte di loco,
ag[g]io visto c’ha vita pic[c]iol’ ora.
Ed ogne altro alimento
notrica un animale,
ciò ho ’nteso, lo quale,
se se’n parte, che viene a finimento:
così tanto mi vale
lo tuo inamoramento,
che mi dà alegramento,
e sanz’esso dub[b]ierei aver male.
Canzon, va’ immantenente
a quelli che ’n disparte
dimora in altra parte,
ed èmi ciascun giorno pros[s]imano;
ed imprimieramente
salutal da mia parte,
poi digli che non parte
lo meo core da lui, poi sia lontano;
digli che ’n pensagione
mi tiene e ’n alegranza,
tanto mi dà baldanza,
lo meo core ch’e stato [‘n] sua magione,
ca vi fe’ adimoranza
per certo in istagione:
dunqua ben fa ragione,
poi ch’è suo propio, se ’l guarda ed avanza.

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