Il test di Turing

Sento sempre più spesso di gente convinta, al di là di ogni ragionevolezza, di essere spiata. Ma non occasionalmente: proprio in maniera sistematica e continuativa, ventiquattro ore su ventiquattro, da persone che si dedicano apposta a questo scopo. Se dici loro che allora dobbiamo ipotizzare una persona che ventiquattro ore al giorno non fa altro che stare a spiare loro (che bazza!) ti dicono che sono più di uno che si danno il cambio (e quindi se fanno turni da otto ore, ci sono al mondo tre persone che se gli chiedi che lavoro fanno ti rispondono “spiare quello là”). Pensavo che fosse un problema meramente psichiatrico ma poi un commento di Stefano Canepa mi ha fatto intuire la verità. E’ il test di Turing. Se comunicando con più soggetti non riesci a distinguere tra questi quale sia la macchina, allora la macchina è in grado di pensare. Il test però non coinvolge nell’osservazione l’osservatore e lo presume sano di mente. Ponendoci da un altro punto di vista e con un osservatore psichicamente fragile, allora sorge il problema che interlocutori macchine sufficientemente evolute vengono scambiati per persone. Oggi le macchine sono così evolute che a volte sembra davvero che qualcuno ti spii. Come è possibile che appena ho deciso di comprare un materasso sono stato inondato di pubblicità di materassi? E che su internet si aprivano solo popup di materassi? Questi sistemi di profilazione sono tanto precisi da dare l’impressione di essere davvero ascoltati da una persona, mentre sono solo i cookies che ti ascoltano. O no?

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