Semper idem
Eccoci al rito dei buoni propositi per l’anno appena iniziato MMXII A.D.: oltre a quelli sacri, ovviamente relegati nelle più segrete pieghe del cuore, ne faccio uno pubblico. Ricordare sempre che l’arca di Noè fu costruita da un dilettante e il Titanic da un professionista.
Meglio tardi
Una peculiarità (ovviamente negativa) della nostra giustizia è la lentezza; un’altra peculiarità (sempre negativa) è la totale mancanza di relazione tra le procedure ed i loro contenuto. Peculiarità negativa al quadrato sono quindi le procedure complicate che producono risultati inutili in tantissimo tempo.
Oltre dieci anni fa un mio assistito, allora ventenne, durante il militare, per una sciaguratissima disattenzione, esplose inavvertitamente un colpo colla carabina di ordinanza, uccidendo un commilitone. Venne perquisito il suo armadietto in caserma e sequestrato (chissà poi perché) un berretto e un pacchetto di sigarette.
Ieri il tribunale mi ha notificato un atto con cui si dice che il mio assistito, che ormai ha passato la trentina e avrà buttato alle spalle quella tragica esperienza, deve correre a riprendersi il suo berrettino e le sue sigarette, di cui il giudice (dieci anni fa) ha in sentenza ordinato la restituzione.
La legge è legge e va si rispettata, ma non sarebbe male individuare meccanismi diversi per la custodia e restituzione di un dipinto del ’600 e di un berretto.
Non turberò quel poveruomo, l’atto finirà nel tritacarta e il berretto nell’oblio (scommetto che tra dieci anni mi troverò l’ufficiale giudiziario alla porta col berretto in mano per fare l’offerta reale).
Amor, quando mi membra
Amor, quando mi membra
li temporal’ che vanno,
che m’han tenuto danno,
già non è maraviglia s’io sconforto,
però c’alor mi sembra
ciascuna gioia affanno,
e lealtate inganno,
e ciascuna ragion mi pare torto.
E paremi vedere
fera dismisuranza,
chi buono uso e leanza
voglia a l[o] mondo già mai mantenere,
poi che ’n gran soperchianza
torna per me piacere,
e ’n gran follia savere,
per ch’io son stato, lasso, in grande er[r]anza.
Ma lo ’ncarnato amore
di voi che m’ha distretto,
fidato amico aletto,
mi sforza ch’io mi deg[g]ia rallegrare.
Dunqua mi trae d’er[r]ore,
ché ’l tuo valor perfetto
mi dà tanto diletto,
che contro a voglia aducemi a cantare.
Però m’ha confortato
e sto di bona voglia
. . . . [-oglia]
de lo noioso tempo intrebescato;
ma par che ’n gioi’ s’acoglia
l’affanno c’ho portato,
guardando al tuo trovato,
amico, che d’er[r]anza mi dispoglia.
Ma par ca per usag[g]io
avenga spessamente
c’omo ch’è canoscente,
per molto senno ch’ag[g]ia e cortesia,
ch’ello pregia non sag[g]io:
così similemente
m’ave[n] di te, valente,
discreto e sag[g]io e nobil tut[t]avia,
ca più ch’io non son degno
e non ho meritato
sono da te pregiato,
onde di grande amor m’ha’ fatto segno.
E como se’ ’nsegnato,
dotto e di ric[c]o ingegno!
Per ch’io allegro mi tegno,
veg[g]endo te di gran savere ornato.
La salamandra ho ’nteso,
agendo vita in fuoco,
che fora viva poco
se si partisse da la sua natura;
del pesce sono apreso
che ’n agua ha vita e gioco,
e, se parte di loco,
ag[g]io visto c’ha vita pic[c]iol’ ora.
Ed ogne altro alimento
notrica un animale,
ciò ho ’nteso, lo quale,
se se’n parte, che viene a finimento:
così tanto mi vale
lo tuo inamoramento,
che mi dà alegramento,
e sanz’esso dub[b]ierei aver male.
Canzon, va’ immantenente
a quelli che ’n disparte
dimora in altra parte,
ed èmi ciascun giorno pros[s]imano;
ed imprimieramente
salutal da mia parte,
poi digli che non parte
lo meo core da lui, poi sia lontano;
digli che ’n pensagione
mi tiene e ’n alegranza,
tanto mi dà baldanza,
lo meo core ch’e stato ['n] sua magione,
ca vi fe’ adimoranza
per certo in istagione:
dunqua ben fa ragione,
poi ch’è suo propio, se ’l guarda ed avanza.
Crescita zero
Io non ho un televisore, e non potete credere quanto si guadagni in lucidità di pensiero a non avere un televisore. Il fatto che io non abbia un televisore ha fatto si che il digitale terrestre fosse per me questione del tutto irrilevante, ma ho sentito alla radio le pubblicità con cui si davano indicazioni sul passaggio: il compito di informare non era affidato a un signore che spiegava pacatamente cosa si dovesse fare, ma a uno scoppiettante personaggio che si esprimeva con accenti degni di Disneyland, di nome “Nando il Telecomando”. Ora, “Simone il Piccione”, “Napo Orso Capo”, “Mototopo e Autogatto” erano personaggi della mia infanzia. Vi trattano come bambini.
Perchè siam poveri
Quello che vedete è il tamponcino in cotone del mio timbro numeratore. Quello vecchio si era consumato e l’ho dovuto sostuire. Quel minuscolo parallelepipedo di cotone è costato 2,50 euro (dico euro due e cinquanta centesimi). A me è sembrata una enormità.
Roberto
Perchè?
Mi trovo in un tribunale per i minorenni di una città qualunque in Italia. Una bolgia pazzesca di gente nell’atrio del tribunale fino in strada. Avevano calendarizzato otto processi in due ore, ne hanno fatti due. Il mio cliente non ma ha dato un soldo, ed oggi stesso, sollecitato sull’argomento, mi ha detto di non avere nulla. Io sto perdendo qui la mattinata per nulla e senza nemmeno un posto per sedermi. Perchè?
Ne pereat mundus
Anche oggi sono uscito
e ho difeso i miei clienti,
come la mia scienza mi ha permesso
e la coscienza mi ha imposto,
senza mai dimenticare
che sono uomini e non processi.
Nessuno mi ha protetto
dai ricordi delle mie ferite.
Non ho salvato il mondo,
Non salverò me stesso.
De Quevedo: Amor costante ben oltre la morte
Potrà serrare gli occhi miei l’estrema
Ombra che a me verrà il bianco giorno;
E potrà sciogliere questa mia anima
Un’ora ai suoi affanni più sollecita;
Ma non da questa parte della riva
Lascerà la memoria da dove ardeva:
Nuotar sa la mia fiamma nell’acqua gelida,
E mancar rispetto alla legge più severa.
Un’anima che ha avuto un dio per carcere,
Vene che a tanto fuoco han dato umore,
Midolla che gloriosamente hanno bruciato,
Il loro corpo lasceranno, non l’ardore;
Saranno cenere, ma avranno sentimento,
Saranno polvere, ma polvere innamorata.
Pavese: To C. from C.
You,
dappled smile
on frozen snows -
wind of March,
ballet of boughs
sprung on the snow,
moaning and glowing
your little”ohs” -
white-limbed doe,
gracious,
would I could know
yet
the gliding grace
off all your days,
the foam-like lace
of all your ways -
to-morrow is frozen
down in the plain -
you dappled smile
you glowing laughter.
(11 marzo 1950)
Tu,
screziato sorriso
su nevi gelate
vento di Marzo
balletto di rami
spuntati sulla neve
gemendo e ardendo
I tuoi piccoli “Oh”
daina dalle membra bianche,
graziosa,
potessi io sapere
ancora
la grazia volteggiante
di tutti i tuoi giorni
la trina di spume
di tutte le tue vie -
domani è gelato
giù nella pianura -
tu sorriso screziato
tu risata ardente.
Ungaretti. Mio fiume anche tu.
Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
Ora che notte già turbata scorre;
Ora che persistente
E come a stento erotto dalla pietra
Un gemito d’agnelli si propaga
Smarrito per le strade esterrefatte;
Che di male l’attesa senza requie,
Il peggiore dei mali,
Che l’attesa di male imprevedibile
Intralcia animo e passi;
Che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
Agghiacciano le case tane incerte;
Ora che scorre notte già straziata,
Che ogni attimo spariscono di schianto
O temono l’offesa tanti segni
Giunti, quasi divine forme, a splendere
Per ascensione di millenni umani;
Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d’abissale pena soffoca;
Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
Ora che osano dire
Le mie blasfeme labbra:
“Cristo, pensoso palpito,
Perchè la Tua bontà
S’è tanto allontanata?”
Ora che pecorelle cogli agnelli
Si sbandano stupite e, per le strade
Che già furono urbane, si desolano;
Ora che prova un popolo
Dopo gli strappi dell’emigrazione,
La stolta iniquità
Delle deportazioni;
Ora che nelle fosse
Con fantasia ritorta
E mani spudorate
Dalle fattezze umane l’uomo lacera
L’immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l’innocenza
Reclama almeno un eco,
E geme anche nel cuore più indurito;
Ora che sono vani gli altri gridi;
Vedo ora chiaro nella notte triste.
Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l’inferno s’apre sulla terra
Su misura di quanto
L’uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.
Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.
Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.
