Hic sunt leones
Lion è l’ultima versione del sistema operativo Apple: dalle parti di Cupertino (mica come a Redmond) una nuova versione è una nuova versione e non solo un maquillage di quella vecchia, sicché le novità ci sono, specialmente sotto il cofano. La novità devastante di Lion è la fine del supporto ai processori PPC (quelli che Apple usava prima di adottare gli Intel, che poi chissà quanto reggeranno, visto che qui si inizia a parlare di ARM) cosicché tutti i programmi scritti per PPC non sono più supportati e banalmente non partono più.
Sembra la normale evoluzione delle cose: Apple usa Intel ormai da un po’ e la vecchia versione di OS X (snow leopard) già non era più installabile sui PPC. Il fatto è che al solito i produttori di periferiche non è che si siano fatti trovare pronti, anche quelli che “storicamente” facevano “roba per il mac”.
Ho una Home Base della Belkin, per farla breve un dispositivo che consente di collegare in una rete wireless quattro dispositivi USB. Beh non ci crederete, ma il software per farlo funzionare era scritto per PPC (e si tratta di un oggetto nuovo e commercializzato quando Apple era su Intel da un pezzo).
E adesso? Che faccio? La cosa che mi lascia perplesso è però un’altra: tutti sanno che gli utenti Apple si precipitano sugli aggiornamenti del loro sistema operativo, specie adesso che costa pochissimo e si fa direttamente online; tutti o quasi sapevamo che con Lion sarebbe finito il supporto PPC (Apple lo aveva detto?); dall’uscita del nuovo OS ogni macchina venduta da Apple lo avrà preinstallato.
Ma Belkin cosa pensa di fare? Non venderà più la sua base agli utenti Apple? La dovrà fare etichettare come “Lion not ready”? Lo dico perché pare che non abbiano voglia di riscrivere il software.
Ehm…per la mia base avete qualche idea?
Carmina, VIII
Miser Catulle, desinas ineptire,
et quod vides perisse, perditum ducas.
Fulsere quondam candidi tibi soles,
cum ventitabas, quo puella ducebat
amata nobis, quantum amabitur nulla!
Ibi illa multa tum iocosa fiebant,
quae tu volebas nec puella nolebat.
Fulsere vere candidi tibi soles.
Nunc iam illa non vult: tu quoque, inpotens, noli
nec, quae fugit, sectare nec miser vive,
sed obstinata mente perfer, obdura.
Vale, puella. Iam Catullus obdurat
nec te requiret nec rogabit invitam.
At tu dolebis, cum rogaberis nulla:
scelesta, vae te! quae tibi manet vita?
quis nunc te adibit? cui videberis bella?
quem nunc amabis? cuius esse diceris?
quem basiabis? cui labella mordebis?
At tu, Catulle, destinatus obdura.
Purchè si decidano
E prima volevano fare il processo breve; e adesso vogliono fare la legge che allunga i processi; ma si può sapere come lo volete ‘sto cazzo di processo?
Pubblica ammenda
Volevo pubblicamente chiedere scusa a quel libraio che oggi pomeriggio sono andato a infastidire con la mia assurda idea di chiedergli un libro. Mi rendo conto di essere stato davvero importuno a entrare nel suo negozio, ed ho meritato di essere guardato come l’insolente perdigiorno che in quel momento dovevo apparire. Adesso capisco che era giustificata l’insistenza con cui mi ha chiesto dove avessi visto che la sua casa editrice pubblica quel libro, perchè sono stato davvero indelicato a carpire una informazione tanto riservata, forse era addirittura un libro proibito. Gli sono grato per non avere chiamato la polizia, ma di essersi limitato a dire con sufficienza che il libro era andato in ristampa ma non era ancora arrivato. Dopo avere sfogliato con fastidio un logoro quaderno e senza consultare il preistorico pc che giaceva impolverato in un angolo.
Andata e ritorno
Ho inviato alla Procura di Paperopoli una istanza per mezzo di posta elettronica certificata, con allegato al testo della mail anche il testo firmato digitalmente. Il miracolo è che mi hanno risposto.
Hanno stampato la mail, ci hanno messo il timbro di depositato, il giudice ci ha scritto a mano in calce il provvedimento e me lo hanno mandato via fax.
Almeno la fase del piccione viaggiatore possiamo dire che sia alle spalle…
Fatta la legge.
Breve ma utile manuale dei modi maggiormente in voga per aggirare a proprio comodo quelle cose fastidiosissime che si chiamano regole.
Il codice di procedura penale dice che il giudice dopo avere letto il dispositivo in udienza ha quindici giorni per depositare la motivazione della sentenza, dopodichè il difensore ne avrà trenta per l’impugnazione. Il codice dice pure che se si tratta di una cosa molto semplice il giudice può scrivere la motivazione subito e leggerla assieme al dispositivo, ma in tal caso (proprio perchè si tratta di roba semplice) il difensore ha solo quindici giorni per fare appello dal giorno della lettura. In un caso il mio termine è in effetti di un mese e mezzo, nell’altro di quindici giorni.
Ma tutti sanno che gli avvocati sono onniscienti e dotati di un fisico bestiale, per cui tutto quel tempo è uno spreco inutile , e quindi come fa il giudice a giustamente tenersi il proprio termine per scrivere la sentenza, togliendo al difensore il suo?
Semplicissimo: basta che il giudice dopo la discussione anzichè ritirarsi, decidere e leggere il dispositivo, rinvii di quindici giorni per repliche che nessuno gli ha chiesto (il PM non si alzerà certo per dire: repliche? Quali repliche?); alla successiva udienza verbalizzerà la rinuncia delle parti alle repliche e leggerà il dispositivo con la motivazione contestuale, che lui, il giudice, ha potuto farsi con comodo negli usuali quindici giorni, ma io difensore dovrò appellare nei quindici giorni generalmente riservati alle questioni più semplici.
Almeno non chiamatela giustizia
Desidero riflettere su due storie, partendo dalla considerazione che non si tratta di due storie straordinarie, ma di un campione molto attendibile di ciò che ordinariamente avviene tutti i giorni: una bella mattina nel porto di Genova viene fermato il solito tunisino colle solite stecche di sigarette, che così si guadagna la sua bella denuncia per le violazioni fiscali connesse all’importazione dei tabacchi lavorati esteri (e secondo me un reato posto a tutela dell’interesse fiscale dello Stato e non della collettività è già una piccola stortura): gli viene nominato un difensore di ufficio e, occhio alla sfumatura, gli viene fatto eleggere domicilio presso lo stesso difensore. Grande trovata! Da questo momento in avanti tutte le notifiche potranno essere validamente fatte presso il difensore, nessuno si dovrà più sbattere per cercare il tunisino, il quale se ne può tranquillamente andare al diavolo che tanto il processo glielo facciamo lo stesso. Questo bel risultato comporta però che vengano contestualmente sifonati sia l’imputato (che verrà mai a sapere nulla del suo processo, ed i cui diritti di difesa vanno quindi a farsi benedire) ed il difensore (che difenderà un fantasma per anni e come vedremo a titolo assolutamente gratuito). Ma mica è finita: la gravità (!) del reato comporta che si debba celebrare l’udienza preliminare e così si arriva faticosamente alla prima udienza dibattimentale a quattro (quattro!!) anni dalla bella mattina di cui sopra. In detta prima udienza il giudice eserciterà una garbata pressione per ottenere l’acquisizione degli atti, cioè per far si che si rinunci a sentire i testimoni (quelli che lo hanno trovato colle sigarette) e si decida solo sul verbale che illo tempore costoro scrissero. Si tratta nella sostanza di una violazione di tutti i diritti difensivi dell’imputato e perciò può essere fatta solo col consenso del difensore. E il difensore il consenso lo da subito, perchè sa che si sta solo perdendo del tempo (il teste verrebbe solo a leggere pubblicamente la sua relazione) ed anche perchè, nonostante nell’ottica ormai malata del processo penale le perdite di tempo siano utilissime, sta lavorando a titolo totalmente gratuito. E già, perchè la legge prevede che il difensore di ufficio venga pagato dallo Stato, in caso di irreperibilità o dopo avere vanamente tentato l’esecuzione. Solo che in questo caso la procedura non è effettuabile, e sapete perchè? Per via di quella elezione di domicilio sciaguratamente fatta all’inizio: l’imputato è reperibilissimo nello studio del difensore (che non lo ha mai visto), il quale non può iniziare l’azione esecutiva perchè non sa dove recapitargli gli atti.
Ma succede anche questo: tanti anni fa una cara vecchina scopre che la sua commercialista si teneva i soldi che lei le dava per pagare le tasse (e lo scopre perchè il fisco glieli sta richiedendo, annessi e connessi, fissi ed infissi). Fa la querela e inizia il processo. Della commercialista nessuna traccia, le notifiche avvengono per compiuta giacenza, il difensore di ufficio non ottiene risposte, il processo si fa in contumacia, ed in contumacia viene pronunciata la sentenza di condanna. Il difensore propone appello, e dopo un mare di anni la fantomatica imputata che il tribunale non ha mai trovato, la corte la trova al primo colpo (forse perchè anzichè mandarle una lettera ha mandato i carabinieri a suonarle alla porta). Ma non fa nulla, l’imputata continua a sbattersene. La corte accoglie l’appello, dichiara la prescrizione e fine della storia. Adesso il difensore, che ha fatto l’appello che ha evitato la condanna all’imputata, deve cercare di essere pagato. Dovrà fare una azione esecutiva inutile (la nostra è del tutto insolvibile e non caccerà mai un quattrino) che porterà via molti mesi tra mille difficoltà, poi dovrà chiedere alla corte che gli vengano liquidati gli onorari, e la corte ci mette non meno di un anno, anche due, poi dovrà attendere che vengano fatte le notifiche e controllati gli atti (un altro annetto) ed infine potrà emettere la fattura che se va bene un anno dopo verrà pagata. Insomma intascarsi i soldi e poi fregarsene di tutto, per la nostra commercialista è stata una gran bella mossa: ha fregato la vecchietta, lo Stato che ci ha messo tanti anni da far prescrivere il reato e, buon ultimo, chi la ha difesa.
Almeno non chiamatela giustizia.
Tempi moderni
Piccoli episodi mi inducono cupe riflessioni sui tempi correnti: in libreria, nemmeno quelle grandi, hanno i libri che cerco, e quando li chiedo mi trattano pure male, perchè sono libri “vecchi”. Il fatto è che io vado in libreria sapendo con esattezza cosa cerco, e questo da un fastidio tremendo: io dovrei andare in libreria a vedere cosa loro mi propongono. Questo invece da un fastidio tremendo a me.
Avvocatura cinese
Sono due giorni che consumo sia il pranzo che la cena seduto alla mia scrivania. Continuando così presto ci dormirò anche, sotto la scrivania. Che fosse questo che intendevano quando mi invitarono al convegno sugli studi legali cinesi?
Da via venezian
Scrivere può significare molte cose. A volte non serve la bella pagina o l’invenzione arguta, perchè non è letteratura, ma vita. Ho letto il libro di Annamaria Mancuso “da via Venezian” e vita ce n’è tantissima. E ci sono pure il dolore, la tenacia e l’eroismo. A volte ci abbattiamo per delle piccole cose, questo libro riporta un po’ coi piedi per terra. Cercatelo, se volete, con il form a fianco…
